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Da dove comincio?

Da dove comincio?

23 maggio.19 luglio…

L’ uomo senza nome, una vita fa, si chiamava Vincenzo Calcara e faceva il killer. Cosa nostra gli commissionò l’ omicidio di un magistrato, che si chiamava Paolo Borsellino. Lui accettò. Poi si pentì, si presentò in Procura. E chiese di parlare con la sua vittima. Quel giorno di dicembre del 1991 perse il nome e trovò un amico. Da allora è un fantasma, dimenticato da chi gli promise una nuova esistenza, braccato da chi gli giurò vendetta. E sostenuto dagli eredi di chi capì il suo gesto: gli eredi di Borsellino. Sono storie legate da un doppio filo, quella del giudice e del killer. Le figlie del killer si chiamano Agnese, Lucia e Fiammetta come la moglie e le figlie del giudice. La primogenita, Agnese, è stata battezzata da un familiare del giudice che la mafia gli aveva ordinato di ammazzare. Lo stesso giudice dal quale il killer si presentò il 3 dicembre 1991, giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Disarmato: «Sono stato incaricato di ucciderla con un fucile di precisione o con un’ autobomba», disse Calcara guardando Borsellino fisso negli occhi. «Lei è ormai condannato a morte. Io la odiavo perché lei era ed è un nemico di Cosa nostra. E io ero ben felice di essere stato scelto per premere il grilletto contro di lei. Per me ucciderla sarebbe stato un onore, ero orgoglioso perché dentro Cosa nostra avrei fatto strada, come tanti altri sicari diventati boss. Ma adesso non è più così, quell’ uomo non esiste più e, se mi permette, voglio abbracciarla». Borsellino lo abbracciò. Da quel momento si videro spesso. Molto spesso. Giorni e giorni di confessioni, che provocarono centinaia di arresti di mafiosi e colletti bianchi. Qualcosa era scattato, qualcosa aveva unito per sempre il giudice e il killer. Fu Calcara ad avvertire Borsellino, all’ epoca Procuratore della Repubblica di Marsala, che era arrivato un «carico» per lui, che Cosa nostra aveva procurato l’ esplosivo poi utilizzato nell’ attentato di via D’ Amelio, il 19 luglio del 1992. Ma negli ultimi mesi di vita il magistrato ebbe il tempo di raccontare ai familiari la sua storia con il killer. Una storia che è tornata a vivere nella fiction del regista Gianluca Tavarelli, la cui prima puntata è andata in onda proprio ieri sera. Gli anni ora sono passati. Paolo Borsellino non c’ è più. E Vincenzo Calcara è diventato l’ uomo senza nome. Adesso è un «fantasma» non esiste più per nessuno. Non è registrato all’ anagrafe di nessun comune italiano. Il suo vecchio nome lo si può leggere solo nei documenti scaduti che si porta appresso, costretto com’ è a fuggire con la moglie e i quattro figli da un angolo all’ altro della Penisola per evitare la vendetta di Cosa nostra. Nel ‘98 Calcara rinunciò volontariamente al programma di protezione: «Perché - spiegò - nessuno possa mai dire che ho deciso di collaborare con la giustizia per soldi o per altri interessi». Allo Stato aveva chiesto solo una cosa: una nuova identità per ricominciare una nuova vita, lui e i suoi familiari. Ma nessuna risposta è mai arrivata dalla speciale Commissione del Servizio Centrale di Protezione dei pentiti che dovrebbe decidere sul suo caso. Tutti si sono dimenticati di lui, anche la burocrazia: non può rinnovare i vecchi documenti perché non risiede da nessuna parte, non può chiederne di nuovi perché a un fantasma non si rilascia la carta d’ identità. Lavora in nero, il fantasma. Fa debiti, manda i figli nelle scuole private perché anche loro non hanno un nome, li fa vivere lontano dalla città in cui abita per evitare di essere localizzato dalla mafia. Sopravvive con uno stipendio di poco meno di mille euro al mese. Senza contributi o assegni familiari. Gli unici che non si sono mai dimenticati di Vincenzo Calcara sono i familiari di Paolo Borsellino, che provvedono a ogni necessità del pentito contribuendo con somme di denaro al sostentamento della sua famiglia e che provvedono anche alla sua assistenza legale. «E’ davvero sconcertante - dice un magistrato della Procura di Palermo - che ad aiutare Calcara sia la famiglia Borsellino, segnata da una drammatica vicenda, e non lo Stato a cui il pentito ha dato un grosso contributo». L’ ultima volta (ma è già dal 1998 che lo fa) che Calcara ha chiesto allo Stato di dargli una nuova identità è stato nel marzo scorso. Il suo legale, l’ avvocato Monica Genovese, ha sottolineato che «l’ unica possibilità che avrebbe Calcara di guadagnarsi onestamente da vivere gli è resa impossibile per il fatto di non avere una residenza. Di conseguenza non è in grado di svolgere regolare attività lavorativa con le garanzie ed i diritti-doveri incombenti su tutti i lavoratori regolari. La situazione è aggravata dal fatto che una figlia di Calcara, Fiammetta, a causa di un incidente è cieca a un occhio e necessita di assistenza specialistica». Eppure quell’ uomo è stato un teste d’ accusa fondamentale nei più importanti processi di mafia degli ultimi dieci anni. Le sue parole hanno inchiodato boss, assassini e fiancheggiatori di Cosa nostra. Adesso però è rimasto solo. E nella stessa situazione si trova la sua famiglia: «Dopo il recesso dal programma di protezione - spiega ancora l’ avvocato Genovese - si trovano tutti senza documenti di identità, sono privi di residenza anagrafica e non possono godere dei diritti che la legge riconosce ai normali cittadini». Fantasmi anche loro, orfani anche loro del nemico che in un giorno d’ inverno diventò il più fidato degli amici. 

FRANCESCO VIVIANO PALERMO

Io non dimentico. Io ricordo i nomi, le facce, i ruoli. E’ il mio modo di onorare la memoria di quegli uomini che hanno dato la vita anche per me. Io non dimentico; non voglio dimenticare; e le parole di questo Stato così misero e piccolo sono come acqua di fogna che scorre. e va.

Capisci che l’opinione pubblica è scossa quando il webdesigner di Repubblica adotta l’impaginazione “bambini morti”.
Brindisi, 19 maggio 2012

Cui prodest? Oggi a Brindisi si è consumato l’ennesimo atto di vigliaccheria disumana in questo disgraziato paese. Quante volte abbiamo sentito dire “bisogna trovare i responsabili di questo tremendo orrore”? La frase buona da dire in questi casi, salvo poi far di tutto per insabbiare, depistare, rallentate. È sempre finita così, dall’unità ad oggi. E, sopratutto, bisogna indicare un colpevole, IL colpevole, sempre lui perché, comunque, colpevole è: la mafia; anche se poi abbiamo scoperto, a carissimo pezzo, che la mafia in questo genere di cose ci mette la competenza ma non l’interesse, chè quest’ultimo risponde sempre a logiche di potere coerenti quanto indicibili. Quindi, cui prodest uccidere dei ragazzi davanti ad una scuola? Non agli interessi mafiosi, che per proliferare hanno bisogno di silenzio e indifferenza. Forse bisognerebbe rileggere Cossiga e Monti con più attenzione. L’unica cosa che so è che un giorno ci daranno in pasto i “responsabili materiali”della strage, certamente uomini indegni di essere chiamati tali ma, come insegna Capaci, o Via D’Amelio, o qualsiasi altra strage italiana, i veri assassini, quelli che io sì vorrei avere tra le mani, quelli no. Quelli che hanno pianificato per i loro scopi un simile atto, perché perfettamente rispondente alle necessità del loro obiettivo, quelli no. Ma siate pur certi che quell’obiettivo, qualunque esso sia, l’avranno raggiunto. E noi? E quelle povere ragazze? Non conosco neppure i loro nomi…

Composto a Recanati tra la primavera e l’autunno del 1819.
Stampato nel “Nuovo Ricoglitore” di Milano nel dicembre 1826 e successivamente nelle edizioni Piatti e Starita.
Endecasillabi sciolti.

Composto a Recanati tra la primavera e l’autunno del 1819.
Stampato nel “Nuovo Ricoglitore” di Milano nel dicembre 1826 e successivamente nelle edizioni Piatti e Starita.
Endecasillabi sciolti.

New look

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Erano tutte, o quasi, liste civiche. Gli unici ad aver avuto il coraggio di metterci la faccia sono i ragazzi di SEL che, con un budget elettorale di ben centotrenta euro, hanno ottenuto centosettantasei voti, il che fa uno virgola trentacinque voti per euro impegnato. Roba da affidargli senza esitazioni la gestione delle finanze comunali. Hanno fatto meglio, sul piano dei risultati, i ragazzi e, soprattutto, le ragazze di AGIMU, che di voti ne hanno presi ben quattrocentosettantasei. Erano l’unica vera lista civica. Difficile raccontare il resto senza cadere nell’operetta. E dunque cali il silenzio sull’arroganza di chi si era auto proclamato sindaco e che, sconfessato, ha dato sfogo alla sua vera natura; cali il silenzio su chi si commuoveva per l’altissimo livello della propria campagna elettorale, nella quale si volava sì alto da dialogare con Pertini e gli altri Padri e poi, tornato tra noi, di meglio non sa fare che togliere il saluto a chi si è macchiato dell’onta terribile di essersi candidato e, quindi, di avergli rubato i voti, quelli che Dio gli aveva dato, forse perché il confronto aritmetico è devastante; cali il silenzio sui fratelli che hanno picchiato le sorelle davanti ai rispettivi bambini e qualche centinaio di persone, per la colpa di aver sposato il nemico politico. Cali il silenzio sullo sguardo schifato degli agenti di polizia presenti. Cali il silenzio su chi ha venduto il proprio voto per un buono di benzina, su chi ha votato dicendo “DEVO votarlo” e su chi lo ha fatto sperando, così, di poter fare i propri comodi in paese. Mi resti il ricordo di quei ragazzi, della loro allegria nonostante lo scherno e di quei seicentocinquanta cittadini che hanno deciso di dargli il loro voto, un voto rubato a Dio.

Erano tutte, o quasi, liste civiche. Gli unici ad aver avuto il coraggio di metterci la faccia sono i ragazzi di SEL che, con un budget elettorale di ben centotrenta euro, hanno ottenuto centosettantasei voti, il che fa uno virgola trentacinque voti per euro impegnato. Roba da affidargli senza esitazioni la gestione delle finanze comunali. Hanno fatto meglio, sul piano dei risultati, i ragazzi e, soprattutto, le ragazze di AGIMU, che di voti ne hanno presi ben quattrocentosettantasei. Erano l’unica vera lista civica. Difficile raccontare il resto senza cadere nell’operetta. E dunque cali il silenzio sull’arroganza di chi si era auto proclamato sindaco e che, sconfessato, ha dato sfogo alla sua vera natura; cali il silenzio su chi si commuoveva per l’altissimo livello della propria campagna elettorale, nella quale si volava sì alto da dialogare con Pertini e gli altri Padri e poi, tornato tra noi, di meglio non sa fare che togliere il saluto a chi si è macchiato dell’onta terribile di essersi candidato e, quindi, di avergli rubato i voti, quelli che Dio gli aveva dato, forse perché il confronto aritmetico è devastante; cali il silenzio sui fratelli che hanno picchiato le sorelle davanti ai rispettivi bambini e qualche centinaio di persone, per la colpa di aver sposato il nemico politico. Cali il silenzio sullo sguardo schifato degli agenti di polizia presenti. Cali il silenzio su chi ha venduto il proprio voto per un buono di benzina, su chi ha votato dicendo “DEVO votarlo” e su chi lo ha fatto sperando, così, di poter fare i propri comodi in paese. Mi resti il ricordo di quei ragazzi, della loro allegria nonostante lo scherno e di quei seicentocinquanta cittadini che hanno deciso di dargli il loro voto, un voto rubato a Dio.

Voglia d’estate. (Scattata con instagram)

Voglia d’estate. (Scattata con instagram)